Il tramonto del “mucho macho”

Quasi 8 turiste straniere su 10 dichiarano di non cedere più a lusinghe e avances (79%) degli italiani. I motivi? Da cacciatori, i galli di casa nostra sono diventati prede, mettendo a nudo più il loro “lato femminile” che quello virile (57%), perdendo oramai il famoso savoir faire del latin lover, fatto di divertimento, risate e allegria (51%) e abbandonandosi spesso a comportamenti infantili (49%).

A fare ancora breccia nel cuore delle turiste straniere sono rimasti solamente gli studenti (23%) che battono animatori (17%) e bagnini (11%).

Questi sono i dati di una inchiesta – pubblicata recentemente su ‘Vie del Gusto’ – che certifica come sia tramontata l’era del latin lover italiano. Lo studio condotto dal periodico diretto da Domenico Marasco è stato condotto su circa 1000 turiste straniere a cui è stato chiesto un parere sulla loro vacanza in Italia e sui seduttori ‘azzurri’.

Il ritratto è chiaro: viaggiano sole o in compagnia di amiche e sono alla ricerca di un’atmosfera cordiale e divertente. Le turiste straniere amano l’Italia per lo stile, il fascino e la simpatia della gente e per la galanteria e l’abbigliamento raffinato degli italiani.

Però bocciano i nostri ‘cuccatori’. Preferiscono le località balneari famose (23%) e le città d’arte (18%) piuttosto che i luoghi esclusivi (12%). Ed anche se solamente 2 su 10 partono in compagnia del proprio partner (21%) e preferiscono viaggiare esclusivamente con le loro amiche (36%) o piuttosto da sole (23%), dicono no ad approcci poco gentili del macho italiano.

Da vere appassionate della “dolce vita”, dell’Italia ammirano la generosità e l’accoglienza della gente (58%), l’artigianalità e lo stile dell’abbigliamento (47%), la qualità dei cibi e il rispetto della tradizione culinaria (42%) più della storia, dell’arte e della cultura (31%) o dei paesaggi e del mare cristallino (39%).

Sui maschi dello Stivale non hanno dubbi: sono galanti (78%), non hanno sbavature nel loro abbigliamento raffinato (67%) e sono in grado di dare attenzioni uniche (59%). Piace meno l’ironia (45%) e il fisico considerato forse non troppo atletico (43%). Ma 8 su 10 non cedono più alle lusinghe e alle avances dei machi italiani, diventati fiacchi, leziosi ed effeminati. A sorpresa resistono gli studenti che superano i bagnini e i professionisti .

E nonostante il 50% delle turiste straniere dichiari di subire il fascino del “latin lover” italiano, chi praticamente sempre (24%) chi molto (16%) o abbastanza spesso (10%), ben 8 su 10 ammettono di non cedere alle lusinghe dei seduttori tricolore (79%).

Il “macho italico”, osannato da Madonna negli anni ’80, infatti, sembra essersi effeminato (57%), trasformandosi da cacciatore, sempre alla ricerca, della sua conquista in una preda fiacca e leziosa.

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L’intelligenza dell’impossibile

Cosplayers a 'Lucca Comics & Games 2010' (foto di Andrea Simi)

Mentre la città di Lucca viene invasa dal popolo dei comics e dei games, fra code alle biglietterie e traffico intasato, non deve sfuggire il senso più profondo della manifestazione, ossia ciò che la rende unica e quindi preziosa, al di là dei dati di affluenza e dell’indotto economico: l’elogio della fantasia.

Da qui la domanda, meno banale di quello che può sembrare: cos’è la fantasia? Intendiamoci, questo è uno di quei quesiti a cui, in fondo, ognuno di noi conosce la risposta, ma difficilmente si riesce ad esprimerla a parole.

Perché spesso è complicato “ingabbiare” certi moti dell’animo in una serie di lettere alfabetiche scientemente allineate, organizzate e sillabate.

A Lucca, nei giorni dei Comics, accadono però cose strane, che trascendono il vissuto quotidiano regalando un’esperienza percettiva del tutto speciale.

Accade di trovarsi a prendere il caffé accanto a Corto Maltese, o di fare la fila in pizzeria assieme ai Ninjia Turtles.

Succede, a Lucca Comics, di rivivere un certo status “fanciullesco” a galla sulle note di quella sigla dei cartoni animati che tanto amavamo e, stranamente, avevamo (quasi) del tutto dimenticato.

Esatto: quello che seguivamo la mattina prima di andare a scuola, mentre facevamo colazione.

Oppure di ritrovare fra gli scaffali quell’albo a fumetti che nostro nonno ci aveva regalato un giorno d’estate della nostra infanzia per farci smettere di far capricci, magari acquistato in un’edicola vicino al parco giochi di una località di villeggiatura.

Quello che ci ha “chiamato” con i colori sgargianti della sua copertina, attirando la nostra vorace curiosità di bambino nel mezzo a una parete di insignificanti e anonime riviste.

Il fumetto che ci ha fatto innamorare, segnando per sempre la nostra vita di fan delle nuvole parlanti.

Perché ogni percorso di formazione parte da un libro, un fumetto, un cartone animato, un jingle musicale o un gioco. E sono tutti qua, a Lucca, basta cercare fra stand e ricordi, per ritrovare quel pezzo importante di noi da cui tutto è iniziato.

Ma questi “dejà vu” sono reali? Certi ricordi non si possono toccare e spazzano via le sovrastrutture dell’esperienza sotto i colpi appassionati del romanticismo e dell’ingenua passione assoluta che emoziona.

E vengono arricchiti, a volte come i sogni, di particolari inediti, romanzati dalla mente attraverso la fantasia del nostro spirito di bambino che comunque continua ad accompagnarci, anche se a volte si nasconde.

Dunque, la fantasia. Cos’è?

Il potere di poter essere ovunque e in qualsiasi luogo, forse. O magari la capacità di trasformare il mondo un posto unico e meraviglioso, che si esprime nell’istante in cui la percezione si allarga alle nuove frontiere di una certa creatività spirituale e certamente “metafisica”.

E’ la fantasia che ci trasforma in cavalieri, eroi mascherati, elfi, lupi o nebbia… esattamente come fanno i cosplayers di Lucca, abbandonando per un periodo (più o meno lungo) i ruoli imposti o auto imposti dal vivere sociale e reale.

E’ nel mondo della fantasia che possiamo parlare con gli animali, viaggiare in sella ad unicorni e superare la velocità della luce a bordo di ultra tecnologiche astronavi spaziali.

Per esplorare altri mondi, laggiù dove nessun uomo è mai arrivato.

La fantasia è una specie di magia e come ogni incantesimo funziona solo per chi ci crede, come i tanti appassionati che in questi giorni affollano la città rendendola un’isola sospesa sopra gli affanni e i problemi del vivere reale.

Qui a Lucca, in questi giorni, non esiste “la crisi”. Si naviga su un mare di fantasia, a galla sulla spensieratezza.

E questo non è certo un male, ma un dono. Quello di poter “staccare” la spina delle preoccupazioni e finalmente rilassarsi. Stare bene.

Respirare, con il cuore, ma grazie al potere della mente.

Perché la fantasia non è mancanza di contatto con la realtà o irresponsabilità, ma qualcosa in più che trascende tutto questo.

Un dono che benedice Lucca nei giorni della sua grande kermesse.

E allora, la fantasia. Cos’è?

Semplice: l’intelligenza dell’impossibile.

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Speaking about Lolita

E’ bastato un romanzo, “Con le peggiori intenzioni” (Premio Campiello 2005), per proiettare Alessandro Piperno fra gli alfieri della letteratura italiana contemporanea, assieme a nomi illustri come Benni e Ammanniti. E mentre il suo libro, una storia di scoperta del feticismo all’interno di uno scenario familiare ebreo/romano, continua dopo anni a essere considerato un vero caso letterario, lui partecipa a progetti trasversali. Tempo fa, per esempio, ha tenuto una conferenza su  “Lolita” di Vladimir Nabokov. Un’iniziativa culturale che proponeva la lettura di grandi romanzi da parte di un gruppo di scrittori italiani di successo, con successivo dibattito e confronto con il pubblico su temi oggettivamente interessanti.

Piperno, il libro “Lolita” nel 1955 fu uno scandalo e fu difficile trovare una casa editrice che lo pubblicasse, ma descrivendo una relazione pedofila, pensi sarebbe stato più facile o più difficile pubblicarlo se fosse stato scritto ai giorni nostri?

“In effetti Lolita è proprio una storia di pedofilia, descritta nei suoi aspetti più morbosi. Dico questo perché, nonostante tutto, l’unica chiave di lettura di un libro è la storia stessa. E’ alla luce di questo che io penso sarebbe molto difficile, ai giorni nostri, trovare un editore disposto alla pubblicazione di un romanzo del genere. La società, oggi, ha infatti subito una certa evoluzione del costume, tra l’altro motivata dai fatti, che ha sviluppato una profonda e diffusa sensibilità su certe patologie. Lolita, comunque, rimane un capolavoro inarrivabile della letteratura, questo non si discute”.

Durante la fuga del professore e Lolita c’è sempre avvertita la presenza di un fantasma che li insegue: la figura di Quilty può rappresentare il senso di colpa?

“Una domanda del genere avrebbe fatto molto arrabbiare Nabokov, perché lui non credeva nella simbologia e infatti definiva Freud ‘il ciarlatano viennese’. Chi lo sa,  forse aveva delle ragioni psicoanalitiche che lo portavano a rifiutare proprio la psicoanalisi. Personalmente credo che in ‘Lolita’ il senso di colpa non esista da parte del professor Humbert. L’unica paura che lui ha è che il mondo scopra le sue perversioni e lo giudichi. Ecco, questo è ciò che davvero lo terrorizza”.

La passione di Humbert per Lolita può essere letta come una metafora dell’ossessione umana dello scorrere del tempo e della perdita della gioventù?

“Sicuramente. Nabokov aveva molta nostalgia della sua infanzia felice da ricco e carino ragazzo benestante. A 18 anni, infatti, fu deportato nel periodo della Rivoluzione Russa e suo fratello fu ucciso. Insomma la sua vita cambiò da sogno a incubo, quindi è normale che rimpiangesse l’infanzia”.

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Diceva Compay…

Quando si inaugura uno spazio di espressione personale come questo è (quasi) d’obbligo che il primo post sia una specie di manifesto. Per questo ho deciso di partire da una citazione che mi ha particolarmente colpito, sebbene non sia molto conosciuta.

Almeno non quanto chi l’ha rilasciata: il salsero cubano Compay Segundo.

E’ lui che in una poco diffusa, perché troppo politica intervista disse un giorno: “El mundo es de los hombres, però de los hombres que tienen cultura. Si no hay cultura, no hay nada”.

Il concetto è chiaro. Significativo.

La cultura è sempre stata appannaggio dei pochi, che l’hanno usata nella storia per controllare i molti. Ma “il mondo ormai sta cambiando. E cambierà di più”, come dicevano i Rokes in una vecchia canzone recentemente riarrangiata dai livornesi Virginiana Miller.

Molto lentamente, però. Ossia in perfetta controtendenza con la velocità e il numero di informazioni cui siamo praticamente bombardati in questo terzo millennio di reti globali e trasmissioni in tempo reale.

Un volume di informazioni che racchiude tutto lo spettro della conoscenza e al tempo stesso ogni manifestazione del suo contrario: l’ignoranza.

La cultura media cresce, grazie all’alfabetizzazione, all’istruzione e anche al passaparola multimediale.

Ma è una conoscenza facile, superficiale. Ne parla un vecchio proverbio francese.

“La cultura è come la marmellata – si dice oltralpe – meno la si ha e più sottile la si spalma”.

Ecco, quello che ci troviamo di fronte è un tempo con molto pane e poca marmellata da spalmare, che segue comunque epoche buie dove per il popolo la marmellata proprio non ci stava.

La “spalmata sottile” è la metafora di tutto il nostro mondo, che si sintetizza nella somma di ciò che poi è il risultato di qualsiasi manifestazione culturale: lo spirito e il senso civico del singolo cittadino.

Un tempo c’erano tante scusanti per non averlo, essenzialmente perché la moltitudine della persone non possedeva i mezzi per formarsi una propria opinione sui fatti del mondo.

Adesso no. Adesso i cittadini occidentali hanno tutto il sapere che vogliono a portata di mano, mentre invece, per lo più, si limitano ad assumerlo con il contagocce.

La gente si indigna per il vigile che gli fa una multa, mentre passa a dritto sugli scandali della mala politica che manda a rotoli il paese.

E spalma sottile la sua poca marmellata.

Perché la parola stessa, “indignazione”, ha perso il suo significato più profondo sull’altare della deriva del linguaggio stesso.

Beh… per farla breve forse dovremo ricominciare proprio dal modo in cui ci esprimiamo e dallo spirito con cui riceviamo le informazioni esterne, per riprenderci attraverso una comunicazione consapevole la nostra civiltà e quindi il controllo sull’azione di chi ci governa attraverso i diritti e i doveri che ci appartengono.

Cambiare approccio e mentalità, per dirigerci verso una società nuova fatta di “persone stanche di dover stare in fila mentre il mondo ci passa davanti” attraverso la strada più difficile: sviluppare con i mezzi che abbiamo a disposizione la cultura necessaria per far sentire la nostra voce, senza paura, prima di tutto nella denuncia delle ingiustizie.

A quel punto, come diceva Compay, il mondo apparterrà di nuovo agli uomini.

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